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Carrà. De Chirico. Ma anche Severini e Cagnaccio di Sanpietro. No, non facciamo riferimento a qualche grande esposizione romana o milanese dedicata ai geni novecentisti italiani, ma in una dimensione un po' più intima e "provinciale", parliamo del Mart di Rovereto. Il grande museo trentino, dopo il successo della mostra "Un'eterna bellezza. Il canone classico nell'arte italiana del primo Novecento", porta ancora una volta splendore ed eternità (quella degli antichi maestri rielaborata dai successori, per intenderci) nelle sale firmate Botta. La grandezza del Rinascimento è la formula base di curiose composizioni pittoriche, che nelle prime stanze dell'allestimento si mostrano come riflessioni e reinterpretazioni di Masaccio, Raffaello, piuttosto che di Paolo Uccello, ad opera di artisti come Carlo Sbisà o Virgilio Guidi. Troviamo una sala dedicata al grande Casorati, con le celebri opere "Concerto" (1924), "Beethoven"(1928), e "Gli Scolari", dipinta tra il 27' e il 28'. Abbiamo richiami ad una Trieste di sospensioni ed "architettoniche" inquietudini, come quella di Cesare Sofianopulo in "Autoritratto bifronte" (1936), dove appare monumentale e silenziosa la chiesa di Sant'Antonio Taumaturgo ed il canale in cui il tempio si specchia. Monumentalità trasmessaci anche dall'arco trionfale presente nell'opera "L' architetto Mario Chiattone" di Achille Funi, con evidenti richiami a quella "poetica dell'ombra" di Sironi, amico dell'artista ferrarese. Non possiamo fare a meno di notare che il monumento ricorda vagamente l'archetto posto come ponte tra i due blocchi residenziali di Ca' Brutta a Milano, situata a pochi passi dal Palazzo della Permanente. Del resto il parallelo storico regge, in quanto i due edifici sono stati costruiti tra il 1921 e il 1922, un biennio prima che il pittore dipingesse l'arco di cui stiamo parlando. Tornando alla mostra trovo interessante soffermarmi su quello che è considerabile un autentico capolavoro, questa volta di Ubaldo Oppi, datato 1921 ed intitolato "Ritratto della moglie sullo sfondo di Venezia". Tralasciando l'abilità tecnica nell' accostamento di due colori "simili", il verdemare della laguna e l'azzurrino del velluto indossato da Delhy, nome della compagna dell'artista, l'opera è immersa in un'atmosfera veneziana d'altri tempi. C'è il richiamo alla vita popolare dei navigatori che solcano energicamente l'acqua con le gondole, l'eleganza mondana, quasi alla Coco Chanel, della donna e del suo abito; la tendina arricciolata lungo l'asticella del balcone e, concludendo, l'eternità dello splendore della Serenissima nel campanile di San Giorgio che si scaglia contro le nuvole. È incanto assoluto, totale distacco dal mondo. Nonostante io abbia visto solo cinque volte questo dipinto (due nella scorsa esposizione, quando il ritratto in questione era collocato in una dimensione di intimità e bellezza nella stanza centrale dell'allestimento, dando l'occasione ad un approccio vero con l'opera; e tre volte nell'attuale mostra), ne sono perdutamente innamorato. È magia. Scrivendo in modo più confidenziale, dirò che spesso oltre agli appunti, aggiungo dei personali disegni al carnet che mi porto dietro nelle mie "visite d'arte". Consiglio pertanto a tutti, nelle vostre passeggiate, nelle ricerche nei musei, ed anche se siete semplici curiosi, di provare ad osservare e prendere nota di qualsiasi cosa vi interessi, non importa come, ma fatelo. Se siete bravi ne uscirà un autentico e profondo incanto. Come quello del Mart e del Realismo Magico.

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