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  • Il liceo Depero al Trentino Book Festival: l’arte come antidoto alla paura

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  • Studenti dell'Istituto Depero di Rovereto premiati a Troyes

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  • Il logo è nato a scuola. Dal Depero a Brentonico

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Antonio Fontanesi, “Ricordo di un viaggio”, 1867

Il Mart di Rovereto propone -all'interno del panorama espositivo che da qualche anno a questa parte sta suggerendo nuovi punti di vista su aspetti più o meno noti dell'arte italiana del primo Novecento- una visione fatta di luoghi, nomi ed esperienze, dedicata al tema del paesaggio (in Italia) dagli anni ‘30 dell'800 fino ai primi del secolo successivo.

Seguendo delle coordinate temporali, si passa da Sud a Nord, partendo per l'appunto da Napoli, città il cui fascino permea ed avvolge chiunque la visiti, come testimoniato dalle tele di Anton Sminck Van Pitloo, olandese di origine, che assieme a Giacinto Giganti diverrà il fondatore ed il massimo esponente della scuola di Posillipo, velando le proprie interpretazioni della città partenopea di un "sereno" e (quasi) decadente spirito romantico (forse con memorie di Turner e Dahl, vista l'alta presenza di personaggi europei in città).

Diversamente innovative sono le opere di Michele Cammarano ("Ozio e lavoro", 1863) e di Nicola Palizzi ("Melfi distrutta dal terremoto", 1851), che probabilmente sulla scia di Géricault e di Delacroix realizzano delle "realistiche" interpretazioni di temi sociali.

Scorrendo verso la successiva sala, si avvertono i frequentatori del celebre caffè fiorentino "Michelangiolo". Dato che (giustamente) qui tutto è inteso come confronto è "scalata" verso l'industriale e laborioso Nord (che si lascia alle spalle un inedito "romanticismo meridionale") questa pausa toscana, è "solamente" un' inquadratura temporale, in cui si segnalano pertanto la presenza di un paesaggio del Zandomeneghi ("Bastimento sullo Scalo", 1869), autore generalmente conosciuto per delle personali "vedute sociali" di Parigi o per le sue donne intente ad affermarsi nella vita mondana dei caffè della capitale francese (questo modo di vedere la città d'oltralpe da parte del veneziano è stato approfondito da una mostra padovana conclusasi il 29/01/2017).

Arriva poi la stanza (uso questo termine per descrivere una situazione che ricorre spesso quando si visita il Mart, e cioè l'occasione di ritrovarsi uno o più artisti riuniti intimamente in una sala, potendo così concedersi il tempo per ammirare capolavori poco noti) dedicata a Fontanesi. Non resta che godere di sfavillanti citazioni di Constable, traslare su un piano quasi divisionista, come ne "Il Vespero"(1859): la luce risente delle esperienze francesi dell'artista (il viaggio nella Ville Lumière nel 1859 gli permette di aggiornarsi sui risultati della scuola di Barbizon, a questo si aggiungono numerosi soggiorni nel Delfinato, Il che vuol dire "scuola di Lione"). Seguono quattro tele ovali (una in particolare è intitolata “Ricordo di un viaggio”, datata 1867) nelle quali il sentimento è concretizzato nelle varianti di colore che mirabilmente superano gli accenni storici, per restare immortali di fronte alla silenziosa solitudine della natura che enfatizza ogni amichevole gesto umano. 

Tamar Lucaro, “La via ferrata”, 1870

Dopo questa parentesi dedicata al maestro emiliano, ritengo necessario ricordare "La via ferrata" di Tamar Lucaro (1870), in cui una folata di vento, oltre a soffiare sulla locomotiva di un convoglio, "avverte" una madre con figlio (e fidata bestiola, un cane) dell’immanente "avventura atmosferica" (un violento temporale) che probabilmente stanno per vivere. Successivamente si presenta curiosa la tela di Enrico Raimondi intitolata "Lungo il Po presso la Gran Madre di Dio di Torino" (1882) in cui il paesaggio, appunto, urbano, fa trasparire un senso di coinvolgente progresso (transalpino) dato dalla fretta delle carrozze, mischiato ad una monumentalità (italica) dimostrata invece dalla mole della chiesa-pantheon che si erge maestosa e fiera sopra le strade del capoluogo piemontese.

Come non ricordare Bezzi, che a differenza di Ippolito Caffi non mostra silenzio e "desertica" tranquillità nelle sue tele, intitolate "Sulle rive dell'Adige" (1885) e "La spiaggia del Lido" (1891), ma un realismo ed una ricerca materica che finiscono per sfiorare l'astratto in quest’ultimo capolavoro.

Concludo citando Previati (ultimamente presente nella mostra ferrarese intitolata "Stati d'animo. Da Previati a Boccioni.") che grazie ad un vorticoso senso del lume e dell'ombra, estasia un pubblico che uscendo dalla mostra, probabilmente si renderà conto di quanto, attraverso l'asse Sud-Nord, alle scuole e alle contemporanee esperienze personali dei singoli artisti, anche l'Italia abbia dato un vario e valido contributo alla cultura del paesaggio che riconosciamo esser di matrice, un po' nordica, un po' mediterranea, ma soprattutto francese.

 

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