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Lunedì 6 marzo dalle 14.30 alle 17 sarà ospite del Liceo artistico Vittoria di Trento il poeta milanese Milo De Angelis. 

Il grande scrittore meneghino, tra le voci più significative del panorama letterario italiano degli ultimi decenni, concluderà il corso di aggiornamento per docenti e studenti «Quel silenzio frontale: fra le mura della parola di Milo De Angelis» (curato da Giuseppe Colangelo e Massimo Parolini) leggendo varie poesie della sua ultima raccolta e mostrando in anteprima un video sulla sua poesia e i suoi luoghi girato da Viviana Nicodemo.
Assieme a lui e ai curatori, coordinerà l’incontro Carla Gubert, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Lettere di Trento.
In De Angelis c’è un’estrema fedeltà al paesaggio urbano, metropolitano, all’hinterland milanese, alle periferie dei lunghi muri vuoti, che dividono i quartieri dalle grandi industrie, ai binari della ferrovia di gronda nord che delimitano la zona della Bovisa, alla Comasina, dove ha vissuto; una periferia, che come dice l’autore stesso in un verso, è quella degradata del pittore Sironi, fatta di grigiore, poche macchie di colore, poche presenze umane, in ombra o alla luce fredda dei neon.
 
In questo spazio vi sono figure umane che cercano una comunicazione, una voce sapienziale che interroga l’io lirico, in un dialogo sospeso –anch’esso- spesso, nel vuoto. Vi sono sagome del dolore.
A far da pendant a tale dimensione esistenzialista, nella quale potremmo notare una tenue ascendenza sbarbariana di alienazione e dissolvenza, c’è l’altro grande tema di De Angelis: l’evocazione dell’età felice, il periodo dell’adolescenza, sospesa tra l’infanzia e l’età adulta, un’età violenta e inquieta ma assoluta e irripetibile, nella quale le sfide sono con avversari credibili e le sconfitte non sono definitive così come le vittorie (un po’ alla «Ragazzi della via Pal»); è il periodo delle prove fisiche e spirituali, dell’iniziazione, l’età eroica (come nella poesia «19 marzo»), caratterizzata spesso dalla presenza del sangue, parola chiave nel lessico del poeta, quando si scelgono i compagni di vita; c’è la dimensione del cortile, della strada, dello sport, del calcio, della corsa, temi cari all’autore, che ha affermato di aver rincorso il mito di una donna «Daina» (protagonista anche della sua fiaba teatrale «La corsa dei mantelli»), una figura femminile che non si accontenta di assistere alle gare dei maschi, ma corre con loro, li sfida, non si ferma, è imprendibile e imprevedibile: insomma, un po’ «la belle dame sans merci», l’eroina di romanzi dumasiani, l’Angelica di Ariosto.
 
Dell’ultima raccolta, «Incontri e agguati» (Mondadori «Lo specchio», pp. 69, € 18,00), l’autore leggerà alcune poesie tratte dalla prima sezione, «Guerra di trincea»: l’autore è in dialogo con la morte, un avversario conosciuto, che come la coprotagonista del «Settimo sigillo» bergmaniano gioca la sua partita a scacchi quotidiana col poeta o, come nella poesia del premio nobel svedese Tomas Tranströmer, viene come un sarto a prendere le misure del vestito delle persone e poi si allontana.
Nella sua poesia De Angelis dice di averla incontrata nel 1967, nell’istante (termine caro perché designa l’imminenza di uno svelamento) della morte del padre.
In Somiglianze scriveva: «questa morte non è solo svanire/ ma insieme, un poco, esserci».
«Quell’andarsene nel buio dei cortili» (2010) si concludeva invece con i versi «Insegnatemi il cammino, voi che siete/ stati morti, attingete la nostra/ verità dal pozzo sigillato, staccatevi dal tempo/ (…) torneremo a casa, vi diremo».
 
Una poetica ricamata da evenimenti che escono dal non esserci per brevi istanti e rientrano nel nascondimento lasciandosi, nell’ultimo sguardo di Orfeo ad Euridice, cogliere un attimo prima di cancellarsi.
Milo De Angelis da oltre vent’anni insegna al carcere di massima sicurezza di Opera, in provincia di Milano: nell’ultima raccolta, per la prima volta, dedica (nella terza sezione, «Alta sorveglianza»),una lunga poesia a tale esperienza («il carcere è vietato ai curiosi», si dice ad Opera), raccontando in modo lirico un epos ricco di un nuovo ethos: la storia tragica, ricamata in pietas di coro conclusivo, di Franco, detenuto siciliano, omicida della donna che amava, che con De Angelis ha cercato un dialogo umano e culturale, recitandogli a memoria pagine della «Ballata del carcere di Reading» di Oscar Wilde, dove il leit motiv è «ognuno uccide ciò che ama».
 
 Milo De Angelis 
Milanese, classe 1951, De Angelis, da metà anni Settanta ha scritto alcune fra le più significative sillogi della poesia italiana: Somiglianze (1976), Millimetri (1983), Terra del viso (1985), Distante un padre (1989), Biografia sommaria (1999), Tema dell’addio (2005), Quell’andarsene nel buio dei cortili (2011), Incontri e agguati (2015).
Ricordiamo inoltre in narrativa la sua fiaba La corsa dei mantelli (1979) e, per la saggistica, Poesia e destino, Cappelli, Bologna 1982; ha tradotto, fra gli altri, da Baudelaire, Blanchot, Racine, Lucrezio (quest’ultimo, come ribadito nell’incontro all’Università, autore col quale sente molte consonanze, un misterioso pensatore e lirico che «ha gettato ponti verso la modernità»).

 

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