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Di Carmine Ragozzino

Lasciare un segno – un segno indelebile di ricordi, commozione e ammirazione – in un ambiente, un contesto, che fa dei segni , (non solo dei disegni) un’impareggiabile ragione di formazione. La formazione alla vita che passa dalla formazione all’arte.Lasciare un segno di personalità, di umanità, prima della indubitabile ed invidiabile capacità di pittore o di pioniere del virtual design. Un creativo a tutto tondo se è vero che “vera” la creatività rifugge la prigionia dei confini. Se si misura felicemente con l’intrigo del futuro, la tecnologia ad esempio, senza tuttavia disancorarsi dalle radici.

 

 

 

 

Marcello Pola se n’è andato – un’ingiusta e prematura dipartita per quanti tratti professionali e umani avrebbe potuto ancora regalare – da due anni e poco più. Ma dal Liceo delle Arti, dal Vittoria di Trento, non è mai – per fortuna – uscito. La scuola – oggi liceo che modella i talenti fornendo strumenti per dare forma e sostanza didattica alle più diverse sensibilità artistiche dei giovani - è stata “casa sua”: per più un quarantennio. Una casa – quella scuola di colore e di calore - vissuta da studente. Uno studente “proletario”: Pola crebbe ai “Casoni” di via Veneto a pane e idealità. Un’idealità poco ideologica, sanguigna ma non parolaia. Solida però come una religione laica nella correttezza dei rapporti e nella pratica della solidarietà. Quella casa – la scuola dell’arte – lo vide poi insegnante. Al Vittoria quell’insegnamento – la lezione e le lezioni di Marcello Pola – è stato pietra miliare fin dai tempi remoti in cui la scuola era in via Brigata Acqui e poi in quelli in cui per raggiungerla bisogna inerpicarsi fino in cima a via dei Cappuccini. Marcello Pola – si diceva – dal Vittoria non se n’è mai andato.

Quando i colleghi più longevi parlano di lui, di quel sui essere tanto alieno all’autoreferenza quanto appassionato ed esemplare nel proprio lavoro, ne parlano con un affetto che non è di circostanza: nemmeno per un attimo. Ed è proprio l’affetto che ha portato un gruppo di insegnanti del Vittoria coordinati da Alberto Larcher ad organizzare la mostra che nello scorso aprile, (2015) ha reso “plastica” l’incancellabile appartenenza di Marcello Pola alla “sua scuola”.

Hanno raccolto le sue opere, quelle che tracciano i tanti percorsi e i tanti linguaggi esplorati dall’insegnante-artista. Con le sue opere hanno riempito atrio e corridoi del Liceo d’arte per raccogliere attorno ad un poliedrico mondo di interessi e creatività i sentimenti di chi con Pola ha lavorato, degli amici, degli estimatori che lo hanno conosciuto attraverso creazioni che nelle mostre non avevano e non volevano la retorica auto celebrativa delle spiegazioni. “Il lavoro deve parlare da solo”, amava dire Marcello Pola. E il suo lavoro – dice oggi chi ha allestito questo piccolo grande evento – non permette separazioni tra uomo ed artista. Della semplicità, dell’umiltà, del sapersi proporre come punto di riferimento credibile per schiere di studenti che dai docenti s’aspettano “di più” rispetto alla competenza didattica, Pola è stato maestro. E il suo laboratorio – lo 003 che in occasione delle mostra è diventato l”aula Marcello Pola” - è stato un laboratorio di socializzazione, di confronto, certamente anche di scontro ma insieme una palestra in cui praticare senza infingimenti e banalizzazioni il rispetto tra docente e studente, e viceversa. Celebrando Marcello Pola gli insegnanti vogliono probabilmente esaltare anche questo “modello” di scuola che al Vittoria è la realtà consolidata, verificabile nella vitalità produttiva dei laboratori di pittura e di scultura, di multimedialità e metalli, di legno e di gioielli. E non è davvero poca cosa.

 

 

Ma una mostra è una mostra. E quella che è stata dedicata a Marcello Pola è stato un suggestivo itinerario negli orizzonti della curiosità di un artista che ha voluto percorrere – anche da pioniere – la contemporaneità della pittura di piccola e grande foggia come gli albori dell’informatica applicata all’arte: il digital painting, il graphic design, la tridimensionalità. Per finire con la ceramica sperimentata dopo le fulminazioni nei gemellaggi tra Vittoria e scuola industriale di Bechine in Boemia.

Fantasia delle architetture, geometria delle figure umane. Nei suoi lavori Pola seppe vestire la tecnica pittorica e le elaborazioni multimediali di allegria, colore, suggestione. Ma anche di leggerezza, ironia, gioco. Insomma, il carattere che si materializza in quella magia che è l’arte. E che trasforma l’arte in un vocabolario intergenerazionale: questo è il compito di chi insegna. Se poi il vocabolario di un artista-docente comincia dalla A di autoironia, se la cattedra è allo stesso livello del banco dello studente senza tuttavia confondere i ruoli, allora la valenza del segno lasciato al Vittoria da Marcello Pola si fa ancora più profonda. E la stima che i colleghi hanno deciso di rinnovargli, con entusiasmo e convinzione, è tutto meno che “postuma”.

 

 

M A R C E L L O   P O L A

Non so se mi rendo conto...

 

 

“Spesso mi guardo intorno e scopro cose magnifiche.

Forse la straordinarietà di oggi è l'essere normali”

 

Questa mostra celebra una persona straordinaria, MARCELLO POLA, insegnante ed artista che ci ha lasciato davvero prematuramente, nel dicembre 2013, tra lo sconcerto e il dolore.

Vorremmo che questo evento, fosse l'occasione per riunire tutti, amici ed estimatori, attorno alle sue opere, a celebrare il suo talento artistico e didattico e a ricordare una personalità eccezionale.

In queste brevi note biografiche, si è privilegiato soprattutto il percorso professionale di Marcello, in una scuola che, per lungo tempo lo ha visto prima studente e poi insegnante.

 

Marcello Pola nasce a Trento nel gennaio 1951, (ottavo di dieci figli di una famiglia numerosa). La sua prima infanzia la trascorre ai “Casoni” di Via Vittorio Veneto, spazio d'incontro e di gioco che ricorderà spesso con affetto, come palestra della sua grande capacità di socializzazione e comunicazione.

Nel 1967 si iscrive all’Istituto d’Arte di Via Brigata Acqui, sede storica della nostra scuola, alla sezione Decorazione Pittorica. Sono gli anni delle rivolte giovanili e lui è in prima linea a dare il suo contributo dialettico, scevro dagli estremismi di quei tempi. Dialogo, ragionevolezza e caparbietà, ma anche coerenza con i propri principi, sono le sue parole d’ordine, che rimarranno tali per tutta la vita. Dopo un breve passaggio presso la Facoltà di Lettere di Milano, esperienza che non gli offrirà adeguati stimoli, ritorna a Trento per occuparsi di diversità, operando presso il Centro ANFASS.

Nel 1975 sposa Luisa Artuso, che diverrà spesso musa ispiratrice e protagonista delle sue opere artistiche.

Nel 1978 approda all’Istituto d’Arte di Trento, in Via dei Cappuccini, seconda sede della nostra scuola, come supplente in “Arte delle Lacche Doratura e Restauro”. Dopo dodici anni di precariato, nel 1990 arriverà finalmente il ruolo e l'inizio di una brillante carriera.

Marcello, persona vivace e curiosa, ha sempre esplorato tutte le possibilità tecniche e creative, relative all’arte. Appassionato di informatica, dagli albori fino alla nascita dei primi PC, ha saputo sperimentare nuovi linguaggi (il digital painting e il graphic design) approdando nel 2003, grazie alle competenze maturate in questo campo, all’insegnamento di “Multimedia” nel nuovo corso di Virtual Design, indirizzo che ha visto la nostra scuola all’avanguardia europea in questo settore.

Tutto questo senza mai abbandonare la sua produzione artistica, eseguita sostanzialmente secondo i canoni tradizionali della pittura, attività sovrana della sua produzione. Una svolta importante nella sua attività artistica è stata determinata dall’incontro con la Scuola Industriale di Ceramica SPSK di Bechine in Boemia, gemellata con la nostra scuola. In questa occasione, Marcello ha ripreso con rinnovato entusiasmo l’attività scultorea con la ceramica, dando vita ad una nuova e accattivante produzione artistica.

Costanti della sua attività sono le forme, le linee e il colore, l'amore per le fantasiose architetture e le sue geometriche figure umane, spesso avvolte in atmosfere ironiche e giocose, elaborate con notevole perizia tecnica.

Tuttavia la sua creatività non si è limitata all’arte figurativa. Marcello, figura polivalente, si è occupato anche di scrittura, pubblicando alcuni testi dove si riconferma la sua notevole capacità di osservazione e la brillante ironia.  

Un giorno, parlando con uno studente, ottenne come risposta a un suo interrogativo: “non so se mi rendo conto di quello che dico”. Marcello non si lasciò sfuggire la ghiotta occasione. Così, quello che era stato un involontario nonsense, diventò un suo cavallo di battaglia. Lo usava, così come figura nel titolo della mostra, per togliersi d’impaccio, per fare dell’ autoironia, per far sorridere, per alludere a diversi significati e situazioni. Anche in questa frase ritroviamo Marcello, l’uomo, l'artista, il docente e tanto altro.

La mostra, che raccoglie alcune delle opere più significative della sua intera produzione, vuole essere un omaggio affettuoso e un doveroso riconoscimento ad un collega impegnato e sempre generoso, ad un' amico che ci ha lasciato un grande Segno.

 La commemorazione

 

 

 

 

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