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Di Carmine Ragozzino

Ollio e Stanlio, Gianni e Pinotto, Ric e Gian. E tanti altri. Ma anche Flavio Faganello e Gianni Zotta. Coppie inscindibili. Coppie di cinema e spettacolo, le prime due insieme a tante altre. E quanta nostalgia per una semplicità comunicativa, contagiosa, semplicemente eccelsa. E’ una coppia d’arte l’ultima citata. L’arte di una professione – la fotografia – del duo Zotta/Faganello. Un inscindibile incrocio di personalità, sensibilità, umanità e sentimento. Sono doti che nell’arte valgono tanto e più della tecnica che i due, comunque, hanno praticato come una religione. Sono le doti che i due fotografi trentini hanno tradotto in molteplici scatti di idealità e valori  nel puntare i loro obiettivi sul paesaggio fisico ma soprattutto sociale della loro terra.

 Faganello se n’è andato ormai da undici anni. Tanti. Troppo pochi. Il suo pezzo di toscano fumava senza mai  confondere nella fumosità le suggestioni e le emozioni del suo fotografare. La sua umiltà, la sua ironia – spesso preveggente, spesso amara - non erano separabili dal suo talento. Di quel che ha fatto, di quel che ha lasciato, s’è detto e si dirà ogni qualvolta si cercherà di dare un senso all’arte.

Zotta, l’altra metà di Faganello, c’è e fa. Ancora. Fotografa da solo come se a fotografare fossero in due. Certo, l’amicizia. Certo, i comuni trascorsi e i normali distinguo di “maestro” e “discepolo”. Ma La simbiosi i culturale e umana tra i due è stata tanto rara quanto produttiva ed esemplare. Inseparabili, alla faccia del tempo.

Faganello e Zotta oggi tornano ad essere un tutt’uno nella mostra “Un mondo accanto” che fino a sabato 19 sarà visitabile a Palazzo Geremia. Nella sede del Comune, nel cuore della “loro” Trento. E’ il regalo che il settimanale “Vita Trentina” si è fatta – e fa al Trentino – per celebrare con questa e con altre iniziativa i suoi 90 anni di giornalismo né migliore né peggiore di altri. Ma, insindacabilmente, di giornalismo “altro” nell’attenzione ai più deboli. L’attenzione dei Cristelli e dei Maffeis trasmessa come un vangelo all’attuale direttore – Andreatta - e ai suoi redattori. La mostra promossa da Vita Trentina – affidata alla cura giovane e fresca di Irene Guandalini - mette in ombra – magico bianco e nero - tutto meno che la luce dell’amore dei due fotografi per il loro mestiere e per l’ambiente che ha regalato loro infiniti stimoli artistici e umani.

Sulle ombre, infatti, è costruita la galleria delle fotografie uscite per la prima volta dal Fondo Eredi di Faganallo. E le ombre di Zotta completano il progetto interrotto del compare di scatti. Come prima, come sempre, non  c’è interruzione. Come sempre, come prima, la fotografia prende vita.

Quella delle ombre è una vita intrigante, ma non è apparente. Il nero che disegna forme oblunghe di oggetti o di persone proiettate in terra o su un muro trascina la fantasia ad un esercizio che si va progressivamente e tragicamente dimenticando. E senza fantasia, c’è più povertà. Panni stesi, una cuspide su un palazzo, mani che si stringono, passi che sembrano quelli dei giganti. Le ombre non spiegano. Le ombre chiedono a chi le scopre – e nella mostra c’è davvero tanto da scoprire – di immaginare una storia, di decodificare una traccia che dura il tempo di una luce passeggera.

Ecco perché la mostra voluta da Vita Trentina – il periodico di cui Zotta è pilastro – ha un pregio in più rispetto all’originalità e l’inedito. Le fotografie non hanno didascalia, né titolo. Una penna e un foglio sono l’invito ad entrare nel serissimo gioco delle ombre per scrivere quel che di intimo o di collettivo un’immagine può e deve procurare a chi la osserva. Carta bianca ai pensieri, ai sogni, alle definizioni, alle impressioni. Carta bianca ad un’arte di coppia che non vuole mettere in ombra la partecipazione e la condivisione, che non vuole separare chi propone tecnica e gusto sopraffino da chi a quella tecnica e quel gusto può dare il proprio piccolo o grande contributo. I cinquanta riflessi colti con maestria da Faganello e Zotta non sono accademia. I riflessi invocano le riflessioni – quanto mai vitali – su un’umanità che nelle immagini non è né nitida né in primo piano. Ma l’arte – e in questo caso anche il lavoro di un giornale giovanilmente anziano – toglie l’anima dall’ombra della fretta e del disinteresse. E la rimette “al centro”. Vi pare poco?

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